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TFR dei calciatori in Serie B: come funziona dopo la riforma del lavoro sportivo

Il TFR dei calciatori in Serie B segue regole ben precise, costruite attorno a uno strumento che nel calcio ha preso il posto del classico trattamento di fine rapporto: il fondo di fine carriera. Nato nel 1975, questo fondo è tornato al centro dell’attenzione con la riforma del lavoro sportivo, entrata in vigore il primo luglio 2023.

Dietro un tecnicismo che sembra roba da soli addetti ai lavori si nasconde una voce di costo concreta, che ogni società cadetta si porta dietro stagione dopo stagione.

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Un fondo che nasce nel 1975

Per capire come funziona oggi conviene partire dall’origine. Dal primo gennaio 1975 esiste il fondo di accantonamento delle indennità di fine carriera, un’associazione senza scopo di lucro che raccoglie i versamenti delle società di Serie A, Serie B e Lega Pro. L’idea di base ricalca quella del trattamento di fine rapporto degli altri lavoratori: mettere da parte, mese dopo mese, una somma che il calciatore incasserà quando smette di giocare. Il primo aggancio normativo arrivò con la legge 91 del 1981, che permise alle federazioni di costituire un fondo gestito insieme da club e rappresentanti degli sportivi.

Cosa cambia con la riforma del lavoro sportivo

Il quadro si è evoluto con la riforma dello sport, disciplinata dal decreto legislativo 36 del 2021. Dal primo luglio 2023 il calciatore professionista, inquadrato a tutti gli effetti come lavoratore dipendente, ha diritto al trattamento di fine rapporto previsto dall’articolo 2120 del codice civile, che nel mondo del pallone continua a passare attraverso il fondo di fine carriera. Lo stesso decreto, all’articolo 26, ribadisce che le federazioni possono gestire un fondo dedicato alla corresponsione del TFR alla fine dell’attività sportiva. Resta confermata anche la natura a termine del contratto, con durata massima di cinque anni e possibilità di rinnovi successivi.

Come funziona per un club di Serie B

Nella pratica il meccanismo poggia su un versamento mensile. Ogni mese viene accantonato il 7,5 per cento dello stipendio lordo del giocatore, entro un massimale annuo che si aggiorna agli indici Istat. Il peso ricade in gran parte sulla società, mentre una quota più piccola viene trattenuta direttamente al calciatore. Per un club cadetto tutto questo si traduce in un impegno costante, agganciato al monte ingaggi complessivo della rosa e destinato a crescere con gli stipendi più alti. La somma accantonata rimane poi ferma nel fondo, in attesa che il calciatore, chiusa la carriera, ne chieda la liquidazione.

I nodi ancora aperti

Proprio la tempistica è uno degli aspetti che distinguono questo strumento dal TFR ordinario, perché la liquidazione non arriva alla fine di ogni contratto ma solo su richiesta e a carriera conclusa. Negli ultimi tempi la gestione del fondo di fine carriera è finita al centro di un dibattito sulla trasparenza dei conti, con alcune posizioni portate davanti alla giustizia ordinaria. È una questione ancora aperta, che tocca da vicino calciatori e allenatori, compresi quelli che passano la loro carriera nel campionato cadetto.

FAQ

Il TFR dei calciatori funziona come quello di un normale dipendente?
In parte sì. Il principio è lo stesso, cioè accantonare ogni mese una somma da riscuotere alla fine. La differenza sta nel fatto che nel calcio quei soldi passano dal fondo di fine carriera e si ritirano quando si smette di giocare, non a ogni cambio di squadra.

Chi mette i soldi nel fondo di fine carriera?
Il grosso lo versano i club, che ogni mese accantonano una fetta dello stipendio del giocatore. A questa si aggiunge una piccola parte trattenuta al calciatore stesso. Il denaro resta nel fondo fino a quando l’interessato chiede di incassarlo.

2 Agosto 2026

Jacopo Giuccioli

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