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Modello Championship: cosa la Serie B può davvero prendere dal calcio inglese

Modello Championship: cosa la Serie B può davvero prendere dal calcio inglese

Quando si parla di campionati cadetti, il termine di paragone più ricorrente in Europa è la Championship inglese. È un confronto che torna nel dibattito pubblico come nelle stanze federali, spesso ridotto a una resa: la seconda divisione inglese è un altro pianeta per ricavi, audience e impianti. Eppure, guardando i dati con attenzione, la Championship non è solo un benchmark economico ma un modello strutturale fatto di scelte precise. Alcune di quelle scelte sono replicabili anche in Italia, al netto delle dimensioni.

Numeri di un campionato fuori scala

Nella stagione 2023/24 la Championship ha generato ricavi aggregati per circa 1,6 miliardi di euro, in crescita di oltre il 50% rispetto all’esercizio precedente. Nello stesso anno la seconda divisione inglese ha registrato 12,7 milioni di spettatori complessivi negli stadi, con una media superiore ai 18.000 paganti a partita. È il secondo campionato d’Europa per affluenza, davanti a Serie A, Liga, Bundesliga e Ligue 1. Una platea che alimenta ogni settimana una matchday revenue robusta, vero motore strutturale dei bilanci dei club.

Modello Championship: cosa la Serie B può davvero prendere dal calcio inglese

Le tre leve del modello Championship

Il primo elemento distintivo del modello Championship è lo stadio. Quasi tutti i club della Championship dispongono di un impianto di proprietà o gestito direttamente, spesso ristrutturato negli ultimi vent’anni. Questo cambia la natura stessa del business: i ricavi da biglietteria, hospitality e utilizzo commerciale dell’impianto entrano nelle casse del club sette giorni su sette.

Il secondo elemento è la cultura del tifo. La frequenza allo stadio non dipende dalle ambizioni del campionato in corso ma dall’identità del club. Si segue la propria squadra perché è la propria, anche quando è dodicesima e fuori dalla corsa. Questa stabilità della domanda permette politiche di abbonamento aggressive e una pianificazione economica più solida.

Il terzo elemento è il sistema regolatorio. La Championship applica da anni le Profit and Sustainability Rules, che limitano le perdite ammissibili dei club. Il dibattito su un salary cap effettivo è ricorrente e, pur tra resistenze, ha già prodotto sanzioni concrete: nella stagione in corso il Leicester ha subito sei punti di penalizzazione confermati in appello per violazione dei parametri economici.

Cosa la Serie B può davvero prendere

La distanza economica con l’Inghilterra è enorme e in larga parte non colmabile nel breve periodo. I diritti TV inglesi viaggiano su un altro pianeta, e i parachute payment che la Premier corrisponde ai club retrocessi valgono da soli più di quanto la cadetteria italiana incassa in un’intera stagione da matchday. Ma il modello Championship offre indicazioni strutturali che vanno oltre la dimensione dei ricavi.

La prima è la centralità degli stadi. Il ReportCalcio FIGC 2025 censisce 31 progetti di nuovi impianti o ristrutturazioni in pipeline tra i club professionistici italiani, e diversi sono in cadetteria. È il filone su cui la Serie B sta investendo di più ed è la direzione giusta.

La seconda indicazione è la valorizzazione dell’identità di campionato. La Championship non si racconta come anticamera della Premier ma come prodotto autonomo, con un proprio brand di lega, propri sponsor titolari e una propria narrazione. La terza è la disciplina finanziaria condivisa, con regole certe applicate in modo prevedibile e con conseguenze reali quando vengono violate.

Il punto, in altre parole, non è inseguire i numeri inglesi ma costruire un modello di campionato cadetto che funzioni sulle proprie gambe. La Serie B ha già alcune leve in mano: piazze ampie, una nuova generazione di stadi in arrivo, un format competitivo riconoscibile in Europa. Il resto passa dalle scelte di sistema.

6 Giugno 2026

Jacopo Giuccioli

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