Nella quinta giornata del campionato di Serie B è andato in scena il derby Veneto tra Verona e Vicenza. Marco Baroni ha schierato il Verona con un 4-3-3, affidandosi a Leali in porta, Zappa, Korac, Dawidowicz e De Battisti in difesa, mentre il centrocampo era formato da Lella, Le Borgne e Iannoni. In avanti spazio a Suslov, Mulattieri e Sarr. Fabio Gallo ha invece risposto con un 3-5-2, con Gagno tra i pali, Cuomo, Brighenti e Marchizza nel terzetto difensivo, Caferri e Costa esterni e la coppia centrale Zonta-Bellemo-Alessio. In attacco Rauti e Merkaj. Dal punto di vista tattico, il confronto proponeva quindi due strutture differenti: il Verona cercava di garantire ampiezza attraverso i tre attaccanti e i terzini, mentre il Vicenza aveva cinque uomini nella zona centrale del campo e poteva trasformare il proprio 3-5-2 in un sistema più prudente in fase difensiva. Il primo duello importante era dunque quello tra l’ampiezza del 4-3-3 veronese e la superiorità numerica centrale garantita dal 3-5-2 vicentino. Vediamo insieme l ‘analisi tattica del derby Verona-Vicenza.
Primo tempo: Verona più propositivo, Vicenza compatto
La prima frazione è stata caratterizzata soprattutto da un equilibrio tattico molto marcato. Il Verona ha provato a costruire attraverso la propria linea difensiva e il centrocampo a tre, cercando di portare il pallone sulle fasce e di sfruttare la posizione degli esterni offensivi. Sarr e Suslov hanno avuto il compito di allargare il blocco vicentino, mentre Mulattieri cercava di occupare la zona centrale.
Il Vicenza, invece, ha mostrato una buona capacità di difendere con una struttura compatta. Il 3-5-2 permetteva alla squadra di Gallo di avere densità davanti alla propria area e, contemporaneamente, di poter utilizzare Caferri e Costa per uscire rapidamente sulle corsie laterali. Quando il Verona perdeva palla, Rauti e Merkaj rappresentavano inoltre due riferimenti immediati per la transizione offensiva.
La partita è rimasta però bloccata sul piano realizzativo. Il Verona ha costruito alcune situazioni interessanti, tra cui le conclusioni di Lella e Suslov e un’occasione per Mulattieri, ma senza riuscire a trasformare il proprio possesso in una vera superiorità nell’area avversaria. Il Vicenza, dal canto suo, ha avuto meno continuità offensiva ma ha mantenuto una buona organizzazione.
Un elemento significativo è stato l’infortunio di Korac al 6′, che ha costretto Baroni a modificare precocemente la propria linea difensiva con l’ingresso di Edmundsson. Un episodio che ha avuto conseguenze anche sulla gestione delle rotazioni nella ripresa.

Secondo tempo: le transizioni cambiano la partita
La ripresa ha avuto un’impronta tattica completamente diversa. Baroni ha effettuato subito due cambi, inserendo Livramento e Cerbone al posto di Mulattieri e Suslov, mentre Sarr è stato spostato al centro dell’attacco. Il Verona ha quindi modificato gli interpreti e, progressivamente, ha cercato di aumentare la presenza offensiva sulle corsie.
Il Vicenza ha trovato il vantaggio al 58′ grazie a Rauti, al termine di una situazione di transizione offensiva. Il gol rappresenta bene una delle caratteristiche della squadra di Gallo: dopo il recupero del pallone, la formazione biancorossa è riuscita ad attaccare rapidamente lo spazio lasciato dal Verona.
A quel punto Baroni ha progressivamente aumentato il peso offensivo della squadra. L’ingresso di Mosquera al 68′, al posto di De Battisti, ha modificato ulteriormente gli equilibri: il Verona è passato di fatto a una struttura molto offensiva, indicata nelle cronache come un 4-2-4, con una maggiore occupazione dell’area e una conseguente riduzione della protezione preventiva alle spalle della prima linea.
La scelta ha però prodotto l’effetto desiderato. Al 74′ Mosquera ha trovato il pareggio sfruttando un pallone proveniente da calcio d’angolo, mentre appena due minuti più tardi lo stesso attaccante ha completato la rimonta con una conclusione di tacco su assist di Livramento. In appena due minuti il Verona è passato dallo svantaggio al 2-1.
La sequenza dei due gol evidenzia un altro aspetto tattico importante: una volta aumentata la presenza di uomini offensivi, il Verona ha potuto attaccare con maggiore continuità l’area vicentina, sfruttando sia le situazioni da palla inattiva sia la qualità individuale dei nuovi entrati.
Gli aspetti tattici emersi dalla partita
Il derby del Bentegodi ha evidenziato innanzitutto la differenza tra il controllo della partita e la capacità di determinare il risultato. Per larghi tratti il Vicenza è riuscito a mantenere una buona organizzazione difensiva e ha sfruttato efficacemente una transizione per portarsi in vantaggio. Il Verona, invece, ha avuto bisogno di modificare progressivamente la propria struttura per aumentare la pressione offensiva.
Il secondo elemento riguarda proprio la flessibilità del sistema di Baroni. Partito dal 4-3-3, il Verona ha modificato uomini e posizioni nel corso della partita fino ad assumere una struttura molto più offensiva dopo l’ingresso di Mosquera. La partita mostra quindi come il modulo iniziale non sia necessariamente rappresentativo della struttura utilizzata nelle diverse fasi dell’incontro.
Infine, emerge con chiarezza il peso delle transizioni e delle palle inattive. Il Vicenza ha trovato l’1-0 attraverso un’azione di transizione, mentre il pareggio del Verona è arrivato sugli sviluppi di un corner. La rimonta è stata poi completata da un’azione costruita sulla combinazione tra Livramento e Mosquera. Il 2-1 finale è quindi maturato non tanto attraverso una supremazia costante, quanto attraverso la capacità del Verona di aumentare il numero di giocatori offensivi e di sfruttare le situazioni decisive della gara.
In sintesi, Verona-Vicenza è stata una partita nella quale le scelte effettuate nella seconda parte hanno inciso più della struttura iniziale: il 3-5-2 del Vicenza ha garantito compattezza e pericolosità nelle transizioni, mentre il Verona ha progressivamente sacrificato equilibrio per aumentare la propria presenza offensiva. La doppietta di Mosquera ha premiato proprio questa trasformazione tattica, rendendo il finale di gara il momento decisivo del derby.
