Il paracadute retrocessione è il meccanismo con cui la massima serie aiuta i club appena scesi di categoria a non finire in default. Inghilterra e Italia lo applicano entrambe, ma con logiche e cifre profondamente diverse. Il confronto racconta due filosofie e, soprattutto, la distanza enorme tra i due mercati televisivi.

Il modello inglese: una percentuale dei diritti TV
In Inghilterra il paracadute copre le tre stagioni successive alla retrocessione dalla Premier League. Chi era salito da una sola stagione lo riceve invece per due anni soltanto. La quota segue una scala decrescente: il 55% della fetta di diritti televisivi nel primo anno, il 45% nel secondo, il 20% nel terzo.
Le cifre sono imponenti. Nel 2025/26 Leicester, Southampton e Ipswich, retrocesse a maggio, incassano circa 49 milioni di sterline ciascuna nel solo primo anno. Se un club torna in Premier League, i pagamenti si interrompono subito e i fondi non spesi vengono ripartiti tra le squadre della massima serie.
Il rovescio della medaglia è la competizione drogata. Nella stagione in corso fino a sei club di Championship ricevono contemporaneamente il paracadute. La English Football League denuncia da anni lo squilibrio: chi ha il paracadute parte con un vantaggio economico netto sulle rivali del secondo livello.
Il modello italiano: plafond fisso e fasce di anzianità
L’Italia ha introdotto il proprio paracadute nel 2009, gestito dalla Lega Serie A. Il sistema poggia su un plafond complessivo di 60 milioni di euro destinato alle retrocesse, ripartito in tre fasce legate agli anni di permanenza nella massima serie.
La fascia A vale 10 milioni e riguarda chi scende dopo una sola stagione, quindi le neopromosse. La fascia B vale 15 milioni per chi ha giocato due delle ultime tre annate in A. La fascia C, quella delle storiche, arriva a 25 milioni per chi ha militato in Serie A per almeno tre delle ultime quattro stagioni.
Nel 2025/26 la ripartizione è chiara: Verona in fascia C incassa 25 milioni, Pisa e Cremonese in fascia A ne prendono 10 a testa, per un totale di 45 milioni. Da ogni quota va dedotto il 10%, che le retrocesse girano alla Lega Serie B come contributo di sistema. La novità di quest’anno riguarda i contratti: dalla stagione 2025/26 la retrocessione fa scattare una riduzione automatica degli stipendi fissi dei calciatori in rosa.
Due filosofie a confronto
La differenza di fondo è nel criterio. L’Inghilterra distribuisce una percentuale dei diritti televisivi, generosa e spalmata su più anni. L’Italia fissa un tetto rigido e assegna importi predefiniti in base all’anzianità in Serie A.
Il divario nelle cifre riflette quello tra i due campionati per ricavi da broadcasting. Il sistema inglese ammortizza molto di più, però altera la competizione del secondo livello. Quello italiano resta più contenuto e, secondo le analisi di settore, lascia comunque i club retrocessi in perdita: l’incasso medio si aggira sui 15 milioni, meno del 40% del fatturato tipico di una società in cadetteria.
