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Telefoni e social negli spogliatoi: come è cambiata la socialità dei calciatori

Telefoni e social negli spogliatoi: come è cambiata la socialità dei calciatori

C’era un tempo in cui lo spogliatoio era un luogo rumoroso. Sfottò, partite a carte, radio accese, chiacchiere a voce alta. Oggi, in molti club professionistici, quello stesso spazio si è fatto silenzioso. Non per disciplina, ma per assenza. I calciatori entrano, si siedono, prendono i telefoni negli spogliatoi. La socialità di gruppo, una delle architetture invisibili che reggono una squadra, sta cambiando forma sotto la pressione costante degli smartphone e dei social.

L’ultimo caso italiano arriva dalla Cremonese di Marco Giampaolo, che ha imposto una regola semplice: una cesta all’ingresso dello spogliatoio, dentro la quale ogni telefono va depositato prima di entrare. Compreso il suo. Un dettaglio non secondario, perché evita la lettura paternalistica della misura. È un tentativo di restituire allo spazio una funzione che si era persa quasi senza accorgersene: quella di luogo dell’incontro fisico, della parola scambiata, del silenzio condiviso.

Il problema, raccontato dai protagonisti

Il fenomeno non è italiano e non è nuovo. José Mourinho, in un’intervista di alcuni anni fa, lo aveva fotografato con lucidità: prima, finita la partita, la prima cosa che facevano i calciatori era chiamare la moglie, il padre, la madre. Oggi la prima cosa è postare su Instagram. Pep Guardiola, al suo arrivo al Manchester City nel 2016, aveva bandito il Wi-Fi da spogliatoi e aree mediche, salvo poi ammettere, qualche anno dopo, che era una battaglia di retroguardia. Nello stesso periodo, allo United, Mourinho aveva imposto il divieto di pubblicare immagini dagli ambienti privati del club nelle 48 ore prima di una partita.

Anche fuori dal calcio, nel basket, il tema è esploso: Meo Sacchetti, da commissario tecnico azzurro, ha denunciato pubblicamente l’uso del cellulare da parte di alcuni giocatori durante l’intervallo di partite ufficiali. La NBA, su questo, ha legiferato per tempo, vietando l’uso dei dispositivi nelle ore immediatamente precedenti la palla a due. In Europa, e in particolare in Italia, una norma comune non esiste: ogni club fa da sé.

telefoni negli spogliatoi

Telefoni e social negli spogliatoi: perché conta davvero, e cosa dice la scienza

La questione ha due conseguenze. La prima è relazionale: la fiducia di gruppo, quella che in gergo si chiama coesione, non si costruisce su una chat. Nasce nei momenti morti, nei dieci minuti dopo una partita persa in cui qualcuno apre la bocca e qualcun altro risponde. Sostituire quei momenti con uno scroll silenzioso significa forse svuotare lo spogliatoio della sua funzione storica, anche se nessuno se ne accorge mentre accade.

La seconda è fisiologica, ed è qui che la letteratura scientifica recente fornisce dati piuttosto netti. Una sperimentazione randomizzata pubblicata da Biology of Sport 2026, condotta su sedici calciatori d’élite, ha confrontato due ore di smartphone serale contro la lettura di una rivista cartacea, in un disegno crossover. Risultato: dopo cinque sere consecutive di esposizione allo smartphone, la qualità del sonno si è deteriorata in modo significativo, i tempi di reazione sono peggiorati, la capacità di salto e l’agilità reattiva sono calate, soprattutto nelle sessioni pomeridiane. Un altro studio osservazionale, basato sul tracciamento oggettivo dell’uso delle app in 53 atleti competitivi, ha mostrato che TikTok in particolare predice negativamente sonno e recupero, mentre Instagram correla, almeno a livello interindividuale, con stati di calma percepita.

Il nodo regolatorio e il limite culturale dei telefoni negli spogliatoi

Sul piano normativo, in Italia, il quadro è incerto. Il nuovo CCNL della Serie A, in vigore dal luglio 2025, ha aggiornato le regole sui diritti d’immagine e ha introdotto nuove cornici disciplinari, ma non disciplina in modo organico l’uso degli smartphone all’interno degli ambienti di lavoro. La giurisprudenza giuslavoristica si è interrogata negli ultimi anni sulla rilevanza disciplinare di un like o di un post, e dirigenti come Giuseppe Marotta hanno ammesso pubblicamente l’impossibilità di arginare il fenomeno con strumenti formali. Resta ai singoli allenatori, ai singoli club, decidere dove fissare l’asticella.

Il caso Cremonese, in questo senso, non è un ritorno al passato, ma un esperimento di igiene relazionale. Un tentativo di ricordare che il calcio misura ormai tutto, dai metri corsi alla qualità del sonno, ma fatica ancora a misurare quanto una squadra si fida di sé stessa. E quella fiducia, semplicemente, da uno schermo non passa.

FAQ

Esiste un divieto formale di usare il telefono negli spogliatoi della Serie A? No. Non esiste una norma federale o di lega che vieti l’uso degli smartphone negli spogliatoi del calcio professionistico italiano. La regolamentazione è demandata ai singoli club, che possono introdurre policy interne ma senza un quadro armonizzato.

La Cremonese è l’unica squadra ad aver adottato il divieto del telefono in spogliatoio? No. Diversi tecnici, sia in Italia che all’estero, hanno introdotto restrizioni simili negli anni. Pep Guardiola al Manchester City e José Mourinho al Manchester United avevano già imposto regole analoghe quasi un decennio fa. La novità del caso Cremonese è la simmetria: il divieto vale anche per l’allenatore.

9 Maggio 2026

Jacopo Giuccioli

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