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Gli stadi della Serie B: a che punto siamo e cosa cambia in vista di Euro 2032

neopromosse Serie B 2026/27

Nella stagione 2026/27 la Serie B ospiterà partite in impianti costruiti in media sessant’anni fa. Non è un’eccezione italiana, è la norma. Il 76% degli stadi di Serie A e Serie B appartiene ancora agli enti pubblici, perlopiù Comuni che incassano un canone di concessione e che spesso non hanno né le risorse né l’incentivo a ristrutturare.

Per i club, questo significa non controllare lo stadio, non ottimizzare i ricavi da matchday, non poter sviluppare le aree hospitality, non fare l’impianto lavorare sette giorni su sette.

Orogel Stadium, stadi della Serie B

Il paradosso degli stadi in Serie B

La cadetteria vive questo paradosso in modo ancora più acuto della Serie A. I ricavi da stadio in Serie B valgono in media meno del 10% del fatturato aggregato, una percentuale che nei campionati europei comparabili è strutturalmente più alta.

Il motivo è semplice: impianti vecchi, spesso chiusi parzialmente per inagibilità di settori, senza suite, senza punti commerciali efficienti, senza esperienze che giustifichino un prezzo del biglietto più alto.

La mappa degli impianti: tre categorie

Guardando i venti club della Serie B 2026/27, gli stadi si dividono in tre gruppi netti.

Il primo è quello degli impianti già rinnovati o in fase di ristrutturazione attiva. Il Ceravolo di Catanzaro è il caso più concreto di questo momento. La demolizione della Curva Ovest Massimo Capraro è partita nell’estate 2026, con l’obiettivo di costruire una nuova curva da 4.700 posti più moderna e ravvicinata al campo. I lavori sono stati affidati alla ditta Mirabelli e l’attesa è che l’impianto calabrese, candidato per Euro 2032, si trasformi gradualmente in una struttura competitiva con gli standard europei.

Il Renzo Barbera di Palermo è l’altro caso simbolo. La conferenza dei servizi fissata per luglio 2026 dovrebbe sbloccare un iter burocratico da 300 milioni di euro, con i lavori previsti per settori a partire da gennaio 2027 e l’orizzonte europeo come acceleratore politico.

Il secondo gruppo è quello degli impianti fermi in attesa di decisioni. Il Partenio-Lombardi di Avellino, inaugurato nel 1970 e oggi con una capienza omologata di poco più di 9.000 posti contro i 40.000 originari, ha un progetto di demolizione e ricostruzione a lotti che porterebbe la capienza a 21.000 posti.

Il progetto ha completato l’iter burocratico, ma l’avvio del cantiere non è ancora stato calendarizzato con certezza. Il Menti di Vicenza ha riaperto la curva azzurra chiusa dal 2010, un settore da 600 posti, primo passo di un ammodernamento più ampio ancora da definire.

Il terzo gruppo è il più numeroso: impianti che non hanno progetti concreti in corso, che ospiteranno la stagione 2026/27 nelle stesse condizioni strutturali degli ultimi anni, con capienza ridotta per inagibilità di settori, scarsa dotazione commerciale e ricavi da matchday che non crescono.

Il nodo della proprietà

Il dato che spiega tutto il resto è quello sulla proprietà. In Italia solo il 24% degli stadi professionistici appartiene ai club: la Juventus con l’Allianz Stadium, inaugurato nel 2011 e primo esempio moderno di impianto di proprietà in Serie A, ha dimostrato cosa succede quando un club controlla il proprio impianto. I ricavi da matchday aumentano, le zone commerciali lavorano anche nei giorni non di gara, l’hospitality può essere sviluppata con logiche di lungo periodo.

In cadetteria, nessun club è in questa posizione: tutti pagano un affitto a un ente pubblico che gestisce l’impianto secondo logiche non sempre compatibili con quelle di un’impresa sportiva.

Questo crea una distorsione strutturale. Un club che volesse investire sullo stadio, rinnovare un settore, aprire una nuova area commerciale, installare schermi migliori, deve farlo su un impianto che non gli appartiene e su cui non ha garanzie di lungo termine. Il risultato è che quasi nessuno investe, e gli impianti continuano a invecchiare.

Cosa cambia con Euro 2032

L’assegnazione di Euro 2032 a Italia e Turchia è l’unico fattore esterno che ha effettivamente accelerato i tempi della discussione sugli stadi italiani. La FIGC ha indicato una lista di impianti candidati ad ospitare le partite del torneo, e diversi di questi, tra cui il Barbera di Palermo, coinvolgono club che nella stagione 2026/27 giocheranno in Serie B.

Per questi casi, la pressione del torneo europeo ha prodotto un effetto che le dinamiche ordinarie di mercato non erano riuscite a generare: il coinvolgimento degli enti locali, lo stanziamento di risorse pubbliche, un cronoprogramma politicamente vincolante.

Per tutti gli altri, il 2032 è troppo lontano per funzionare da incentivo immediato. Il Castellani di Empoli, che dovrebbe avviare lavori per un impianto da 55-60 milioni attorno al 2026, è un caso virtuoso di pianificazione autonoma, non legato alle scadenze europee.

Il confronto con la Championship

La Championship inglese, il termine di paragone più citato quando si parla di sviluppo della cadetteria, ha affrontato la stessa sfida con un esito parzialmente diverso. Gli impianti inglesi di seconda divisione sono in media più vecchi di quelli italiani, ma una percentuale più alta è di proprietà dei club e ha subito ristrutturazioni significative negli ultimi vent’anni. Il risultato è una media spettatori superiore ai 18.000 per partita, con ricavi da matchday che pesano molto di più sul bilancio complessivo dei club.

Il divario non si chiude solo costruendo stadi nuovi, per questo servono risorse che la Serie B non ha in modo autonomo. Si chiude cambiando il rapporto tra club e impianto, rendendo conveniente per un proprietario investire su una struttura che gestirà per decenni.

In Italia, la legge sugli stadi del 2017 e le sue successive modifiche hanno provato ad accelerare questo processo riducendo gli iter burocratici per la costruzione o la ristrutturazione di impianti sportivi. I risultati, a quasi dieci anni dall’approvazione, sono ancora parziali: molti progetti annunciati, pochi cantieri aperti.

4 Luglio 2026

Marco Della Pietra

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